Nell’oratorio che avevo frequentato da ragazzo, la missione richiamava l’immagine di un prete in un paese lontano tra capanne, adulti emaciati e frotte di bambini scalzi. Una sorta di eroe della fede che aveva scelto di vivere tra i poveri del terzo mondo.
Per don Giussani la missione nasce dall’attenzione all’altro, chiunque sia: perché c’è, esiste. Ed ha bisogno di conoscere Cristo attraverso chi lo ha già conosciuto. La missione risponde al bisogno di verità, di bene e di senso che tutti hanno. Ricchi o poveri, vicini o lontani, tutti attendono una risposta a questa esigenza primaria, fondamentale.
Tanti giovani e adulti sono cambiati grazie all’incontro con don Giussani. E hanno sentito il bisogno di dirlo a tutti, di mostrare al mondo che un’altra vita è possibile. Esaltati? No. Semplicemente ‘cambiati’ e missionari, come i primi cristiani: tesi a cambiare il mondo per contagio, per testimonianza, con la vita ed il racconto di fatti che li avevano aperti ad una speranza, e certi della realtà come il cieco nato guarito da Gesù: «Una cosa io so: prima ero cieco e ora ci vedo». Non era più cieco e gli bastava: non si curava delle persone autorevoli del tempo che lo accusavano di credere a un peccatore.
Nel Luglio 1963 mi diplomo in Energia Nucleare, qualifica altisonante e scarse possibilità di impiego. (Vedi “La congiuntura”).
Trovo lavoro lontano da Milano, a Trino Vercellese, dove sono appena iniziate le fasi di avviamento di una centrale nucleare. È la terza in Italia (oggi sono tutte chiuse e si parla di riaprirle) e sono previsti due anni di lavoro massacrante per la messa a punto: dal caricamento dell’uranio all’immissione di elettricità nella rete nazionale.
Con i primi risparmi acquisto una Fiat 500, che mi permette, appena ho una giornata libera, di rientrare a Milano e mettermi a disposizione di don Giussani, che non ha la patente e deve partecipare ad incontri in posti sempre più lontani. Nei viaggi parliamo di tutto: gli elementi della centrale, i rapporti coi colleghi, la presenza di consulenti stranieri. È impressionato dai turni di lavoro che assorbono la maggior parte del nostro tempo.
“Occorrerebbe un movimento di adulti nelle fabbriche e negli uffici – osserva convinto – come stiamo facendo nelle scuole… Le parrocchie non bastano: erano sufficienti quando la vita si svolgeva attorno al campanile, oggi scuola e lavoro impegnano tutti lontano da casa e occorrono movimenti d’ambiente, gruppi di cristiani presenti laddove la gente vive…”. E poi, ad un tratto:
«Vercelli, quanto dista dalla centrale?».
«Una ventina di chilometri».
«Sarebbe bello che un giorno il nostro movimento fosse presente anche tra i suoi studenti».
Nei giorni successivi faccio fatica a prendere sonno. La passione di don Giussani per tutto e tutti mi contagia: non può aver parlato a caso. Il movimento a Vercelli? Continuo a pensarci.
Sono le tre del pomeriggio. Al termine di un ciclo di test mi chiama il direttore della Centrale:
«Per il momento abbiamo finito. Ritorni domattina: inizieremo un’altra serie di prove che dureranno fino a notte».
Il lavoro senza orari della centrale mi ha regalato un pomeriggio libero. Prendo la mia “cinquecento” e vado a Vercelli.
Mi presento al parroco di una chiesa del centro. Gli spiego chi sono, che cosa è Gioventù Studentesca, che il movimento è già presente in molte città e che vorrei replicarlo qui.
«Ma tu ormai lavori: vuoi organizzare un gruppo di studenti?».
«Sì, nel movimento siamo per lo più studenti delle superiori, ma ci sono già universitari e lavoratori che danno una mano».
Il parroco mi ascolta attento e mi fa mille domande. Poi mi dice che lui segue già un gruppo di studenti, che vede tiepidi, senza entusiasmo. È interessato al tipo di incontri del movimento che gli descrivo: si mettono a tema vita e interessi dei ragazzi e si confronta l’esperienza e le idee di ciascuno col punto di vista cristiano sull’argomento.
Alla fine, mi chiede:
«E faresti tu la sintesi finale degli incontri?».
«Certo, sempre che lei sia d’accordo».
«Io sarò comunque presente tra i ragazzi», chiude la conversazione il parroco, mentre io lo ringrazio per tanta disponibilità.
Tanti anni dopo, don Giussani avrebbe parlato di «ingenua baldanza» per commentare un atteggiamento come il mio.
Torno a Trino Vercellese pronto a riprendere il lavoro, tra colleghi che soffrono la lontananza da casa, la fatica dei turni, le condizioni di lavoro: uffici e toilette sono ancora quelli delle baracche del cantiere. Eppure io mi sento felice.
“Sono un’anima in piena!”, penso vedendo da lontano la sagoma della Centrale.

