L’incontro con don Giussani mi apre ad un mondo nuovo. Il cristianesimo diventa immediatamente un fatto concreto, una comunità di amici che vive e si propone a tutti a partire dai compagni di istituto: si organizzano momenti di aiuto allo studio, incontri sulla vita giudicata dalla fede (i “raggi”), visite guidate ad un luogo d’arte, brevi vacanze in montagna.
Tutto è curato in ogni dettaglio: la scelta dei posti, i canti, i giochi di gruppo. Esplode la creatività: tutto è pensato e organizzato dai ragazzi.
Nascono nuovi canti e melodie commoventi, vengono recuperate laudi medioevali, un coro accompagna le nostre messe.
Le preghiere – in recto tono – sono suggestive e richiamano il cristianesimo di secoli lontani. Tutto è bello e ‘il bello è  lo splendore del vero’, ci ricorda il Gius citando Platone.
La Messa nella chiesa di Santo Stefano –  in centro, ogni Domenica – diventa un evento atteso e desiderato, un momento di unità del popolo Cristiano che si sta formando.

Vivo mesi di grande entusiasmo, turbato da qualche tempo dal clima di casa mia, teso per i problemi economici che crescono con i figli.
Una domenica mattina mi fermo a parlare con don Giussani dopo la Messa. Nota subito che qualcosa non va:
«Come mai sei così cupo?».
Mi trema la voce e a fatica gli parlo della mia situazione. Per tutta risposta, mi dice che deve andare a Desio a mangiare da sua madre, e mi chiede di accompagnarlo.
Mi racconta che era appena stato in Brasile; che il vescovo di Macapá era un vero amico e che Marcello Candia voleva costruire lì un ospedale. Mi distraggo dai miei pensieri e penso che un giorno potrei raggiungere quelli che sono già andati a dare una mano (cosa poi avvenuta).
Don Giussani ha una quarantina d’anni ed è un ciclone. Entra in casa, abbraccia la madre e le dice con la solita voce roca, guardandomi di sottecchi: «Mamma, ti ho portato la biancheria sporca da lavare… mangiamo con questo mio amico, ché poi devo scappare».
La mamma è un tipo semplice, non si capacita che suo figlio sia sempre in giro, e sempre di corsa. Rivolgendosi a me, dice sospirando: «Quand’è che metterà la testa a posto il mio don Luigi?». Rido di gusto. Don Giussani mi guarda e sorride, per le parole della madre e per la mia ritrovata serenità.
Non ha risolto i miei problemi familiari. Li ha condivisi e mi è stato vicino.
Ripenso alle tre dimensioni della vita cristiana spiegate da don Giussani in un libretto di poche pagine: carità, cultura e missione. Ho appena trascorso la giornata con lui e rileggo mentalmente ogni suo atteggiamento, gesto, giudizio: in ogni circostanza vedo queste tre dimensioni sempre presenti, in misura diversa e a volte implicita, ma sempre intrinsecamente unite.

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