Sto andando al Cimitero Monumentale alla tomba di don Luigi Giussani.
Maestro e amico per una vita, è ancora oggi familiarmente ‘il Gius’, punto di riferimento in Cielo.
Quando vado a trovarlo rivivo fatti e parole di un tempo, ma non è un ripasso: li calo nei rapporti e nella realtà di oggi.
Così, nel presente, irrompe il tempo passato e futuro, l’origine e il destino, e tutto – tutto! – è vivo e reale.
Oggi voglio fare il punto col Gius sull’ennesimo intervento chirurgico cui sono stato sottoposto.
Ho avuto tanto nella vita e mi sento in debito con Dio, nonostante le prove. Ma la recriminazione e la ribellione sono tentazioni sempre in agguato. Occorre essere vigilanti: si può perdere la strada (o trovarla) anche in prossimità del traguardo.
Il piazzale antistante il cimitero è a forma di semicerchio, molto vasto. Poi è la volta di un’ampia area interna e infine mi attende il viale che porta alla tomba del Gius, l’ultima in fondo. Forse è troppo per le mie forze, ma voglio provarci.
Cammino lentamente, per limitare l’affanno che mi prende, e mi concedo brevi soste seduto sul bordo di tombe trascurate da chissà quando, a giudicare dalle esili tracce di fiori secchi.
Finalmente arrivo. “Oh Madonna, tu sei la sicurezza della nostra speranza!”, è scritto sulle lastre di cristallo attorno alla tomba. Mi segno per antica devozione e recito un’Ave Maria.
Il mio sguardo cerca quello del Gius. Attraverso il vetro del portaritratto scorgo un volto segnato dalla vecchiaia e la sofferenza degli ultimi anni, ma per un attimo credo di vedere i suoi occhi animarsi. È solo un’impressione, mentre sono io a provare un sussulto di tenerezza.
Penso al progredire della mia malattia ed ho un moto di ribellione: “Gius… cosa ho fatto di male per meritare tutto questo?”.
Poi, cambiando tono: “Gius, sostienimi!. Non chiedo aiuto, lo ‘voglio’!. È vero, ho avuto tanto nella vita ma ho dato tutto quel che potevo… ora, alla sofferenza si aggiunge l’insofferenza per i miei limiti fisici…”.
Non mi sono mai rivolto al Gius in questo modo, ma mi conosce da quando ero ragazzo e ora, che è in Cielo, mi capirà fino in fondo e troverà il modo di rispondermi.
Mi viene in mente la figura di Giobbe che chiede conto a Dio delle sue disgrazie. Dopo una vita di salute, affetti e ricchezze, Dio lo aveva messo alla prova togliendogli tutto, giorno dopo giorno, finché Giobbe aveva reagito: “Signore, fammi sapere perché ora mi sei avversario!”.
Chiedo anch’io una spiegazione: “Perché proprio a me?”. Quesito colmo di pretesa che mi induce ad ammettere subito dopo: ”E perché non a me?”.
Penso a Dio che risponde a Giobbe, e gli ricorda la sproporzione insondabile tra il Creatore e la creatura:
“Dov’eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra?
E dov’eri quando creavo il cielo e il mare, il sole e le stelle… Ed ora, pretendi di giudicare ciò che accade?”
“Chiedere a Dio ciò che ci sta a cuore è umanamente comprensibile – mi aveva detto una volta don Giussani e mi ripete ora dal Cielo – ma i nostri bisogni sono solo il segno della nostra esigenza più grande: vivere alla presenza di Cristo”.
Penso e ripenso a queste parole, seduto ancora una volta su una tomba spoglia, fino a sentirmi riappacificato con Dio e con i miei limiti.
E faccio mie le ultime parole di Giobbe: ”Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore”.

