Siamo nei primi anni Novanta. Mi chiama un amico infettivologo che lavora all’ospedale Sacco.
«Puoi passare da me, in reparto? Domattina alle 10?».
«Come mai?».
«Ho un ‘cliente’ per la vostra casa per malati terminali di Aids. Voglio parlartene con calma».
Il mattino dopo sono al Sacco.
«Allora, parlami del caso: a convocarmi così, deve essere complesso».
«L’abbiamo preso per i capelli. Sembra un compendio delle malattie che ho studiato in vita mia. Negli ultimi anni ha avuto praticamente tutto. Ora è in isolamento al reparto di malattie infettive, ma si sta riprendendo ancora una volta».
«Ma esattamente, la diagnosi qual è?».
«Aids, come ti accennavo al telefono. Ma in un fisico già minato da una vita da sbandato: la droga gli ha fatto perdere il lavoro, i suoi l’hanno sbattuto fuori di casa e ha cominciato a dormire chissà dove, a spacciare e poi ha finito col prostituirsi per vivere e pagarsi la droga».
«Diciamo che non si è fatto mancare niente».
«Non ho finito: una volta ha preso anche degli acidi, che gli hanno probabilmente bruciato molti neuroni».
«In base a cosa lo dici? Tu sei un infettivologo».
«Mi spiego. Solo di pastiglie ne deve prendere una ventina al giorno, per tutte le malattie che ha. E sai cosa ha combinato ieri? Guarda il menù del pranzo e mi fa chiamare. “Dottore – mi dice – nel menù di oggi c’è la carne in scatola. Però ho letto da qualche parte che potrebbe essere cancerogena. Non mi farà male?” Non ci volevo credere!».
In quegli anni, non ci sono cure efficaci contro l’Aids, che diventa conclamato dopo qualche anno di sieropositività. Il virus si diffonde essenzialmente tramite lo scambio di siringhe infette; in seconda battuta, per il moltiplicarsi di rapporti sessuali con soggetti diversi, che alimenta la possibilità di contagio.
L’invito a una vita affettiva ordinata sembra da bigotti e ogni cenno ai rischi dei rapporti omosessuali suona discriminatorio (non si è ancora diffuso il termine omofobo). Si rinuncia all’educazione e si passa in forze alla prevenzione. Dilagano gli appelli alla siringa sempre nuova e ai rapporti protetti. Come dire: comprate più siringhe e più preservativi e fate quello che volete… “Va’ dove ti porta l’istintività”, vien da concludere parafrasando il titolo di un successo editoriale di quegli anni: Va’ dove ti porta il cuore. Com’era prevedibile, gli appelli cadono generalmente nel vuoto.
All’epoca, dicevo, chi contrae l’Aids ha la sorte segnata. Muore in ospedale o in clinica, ma muore comunque. Le cure sono sempre le stesse, in attesa che se ne trovino di risolutive. E allora? Perché aprire una casa per malati terminali? Quali problemi può risolvere? Nessuno.
Ma chi muore non è un caso da risolvere, è una persona con un problema da condividere.
La carità parte da qui, dal farsi prossimo, in ogni caso: da qui nasce la decisione di don Giancarlo di aprire una casa per malati di Aids. Mi chiede di aiutarlo: come sempre, il primo problema è dato dalla mancanza di soldi.
«Ho trovato un immobile adatto ad Aizurro, frazione di un paese in provincia di Lecco. Il prezzo è molto basso… Vai tu alle Cinque Terre, dove ho appena ereditato un appartamento: cerca di capire quanto vale e trova un’agenzia che lo venda».
La generosità e lo slancio di don Giancarlo stupiscono sempre.
Risolto il problema economico, compriamo l’immobile e lo ristrutturiamo secondo le indicazioni di legge previste per una casa per malati di Aids.
I primi ospiti sono tutti vittime dello scambio di siringhe infette. Gli operatori curano, per quanto possibile, le malattie legate al crollo delle difese immunitarie; assistono chi è ormai allettato; accompagnano gli ospiti verso una morte dignitosa che avviene mediamente a un anno dal ricovero.
A un eroinomane che ha avuto bisogno di droga per vivere, non è sufficiente altra droga per morire: oltre ai sedativi, occorre dargli amore, aiuto e compagnia nel presente.
La maggioranza degli ammalati riceve negli ultimi mesi di vita “quel casino d’affetto” che non ha mai avuto prima, come aveva detto un ospite poco prima di morire. Anche per questo, nessuno ha mai mostrato il desiderio di farla finita.
Chi è accolto nella nostra casa di Aizurro chiede, quindi, che qualcuno gli stia vicino. Meglio: chiede cure e competenze all’interno di un rapporto con l’operatore. Le sue forze diminuiscono col trascorrere dei mesi e il malato si aggrappa a questo rapporto: cresce un’amicizia particolare, tra assistente e assistito.
Quando poi un malato muore, le competenze non servono più, al pari degli ultimi medicinali ancora appoggiati sul comodino: e la professionalità lascia il posto al dolore per il paziente-amico che è mancato, mentre il posto vacante è subito occupato da un nuovo assistito.
Viene accolto e curato nello stesso modo: fino alla morte, che porterà all’operatore un nuovo, inevitabile, dolore.

