All’uscita della Messa domenicale, c’è un tizio col vestito sdrucito, barba e capelli incolti. Chiede qualche moneta ai fedeli che gli passano davanti, biascicando poche parole. C’è chi rallenta e gli dà qualcosa. Ora tocca a me incrociare l’accattone, che alza la testa e mi guarda negli occhi:

“Non mi abbandonare”, dice a mezza voce.

Vuole di più della solita moneta.

Che lo si aiuti, certo, ma vuole un briciolo di assistenza autentica, quella del latino adsìstere: porsi accanto.

Ecco, vuole  che qualcuno si fermi per lui e non per il suo bisogno.

Mi fermo e gli parlo. Conosce già le opportunità che Milano offre ai senzatetto, vaga da anni tra servizi comunali e associazioni di volontariato.

Finiamo per parlare di noi stessi, passando da un argomento all’altro.

“Come va la salute?”, gli chiedo.

“Per la vita che faccio… bronchite e reumatismi li ho sempre…come tutti quelli che vivono per strada. Non mi lamento. E tu?”

“Beh, sono alle prese da tempo con un male serio, e sono vivo… Mi accontento”

“In bocca al lupo”, mi dice abbassando lo sguardo e parlando a mezza voce, come all’inizio del nostro incontro.

È il momento di salutarci. Faccio cenno di mettere mano al portafoglio ma mi sento afferrare il braccio:

“Lascia stare… Mi hai già dato abbastanza”.

 

 

 

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