A metà degli anni ‘50 la mia famiglia si trasferisce a Milano.

L’Italia è impegnata nella ricostruzione, sentita come bene comune ed esito dell’impegno di tutti. La società vive di valori condivisi.

Sono gli anni in cui se un ragazzo, sul tram, non cede il posto ad un anziano che è in piedi, viene rimproverato dagli altri passeggeri: “È questa l’educazione che ti hanno insegnato a scuola?”. E a seguire: “E magari vai anche in chiesa…”.

Insomma: genitori, maestri, preti, tutti sono coinvolti nell’avventura dell’educazione. Insieme ne tracciano le basi, poi ognuno, crescendo, sceglierà la sua strada.

I ragazzini, numerosi all’epoca, passano il pomeriggio all’oratorio. Mio padre mi accompagna  per conoscere il parroco e farsi un’idea dell’ambiente.

C’è un prete in fondo al cortile, pieno di ragazzini di ogni età che giocano a calcio, pallavolo ed altro ancora, mentre uno, appena più grande, è intento ad imbiancare un tratto del muro di cinta. Il prete ci vede, e subito si muove verso di noi. Ci fa accomodare nel suo studio per scambiare quattro chiacchiere. Ad un certo punto, mio padre chiede come mai il ragazzo lì fuori stia verniciando un tratto di muro sporco anziché giocare come gli altri.

Il prete si fa serio: “Il muro l’ha sporcato lui ed ora sta solo rimediando… Capita che i ragazzi più grandi compiano atti di vandalismo: bisogna correggerli e chiedere che riparino al mal fatto. All’inizio ha chiesto scusa, poi – forse perché sono un prete – ha chiesto perdono…”. “E lei?”, insiste mio padre. Il prete sorride: “Gli ho detto che non era sufficiente, perché il Vangelo di San Luca dice: ‘Se tuo fratello ti ha fatto torto, rimproveralo; e se poi si pentirà, perdonalo’. Quindi, se vuole essere perdonato deve pentirsi: e pulire il muro è un segno di pentimento di fronte a me e a tutti i ragazzi.”
Questi ricordi mi tranquillizzano ancora oggi. Perdonare chi fa del male ma poi fa di tutto per rimediare, mi sembra alla portata di tutti. Anche alla mia portata.

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