È il 29 luglio di uno dei primi anni ‘80.

Don Giussani decide di celebrare la Messa nel piazzale antistante la casetta che gli ho trovato quell’anno per le brevi vacanze che trascorre di solito a La Maddalena, in Sardegna.

È un piccolo piazzale ombreggiato dai pini da cui si ammira la costa sottostante e, sullo sfondo, Caprera.

La cornice è davvero suggestiva.

Il Vangelo del giorno racconta l’episodio di Marta e Maria, le due sorelle che ricevono in casa Gesù. La prima è indaffarata nell’organizzare l’accoglienza, la seconda è totalmente presa dalla figura del Maestro.

Mi guardo intorno. Ci sono don Giussani, il vescovo ausiliare di Milano Giacomo Biffi – poi cardinale a Bologna – e tre Memores Domini, i consacrati di Comunione e Liberazione che hanno seguito la vocazione di Maria: colei che «ha scelto la parte migliore», dice il Vangelo. Sono l’unico a ‘rappresentare’ Marta, ossia la sorella che sembra distratta dalle cose di questo mondo.

“Cosa dirà don Gius?”, mi chiedo, sedendomi per l’omelia.

Il commento al brano del Vangelo è breve, tutto centrato sulla necessità di andare a fondo della propria vocazione, della strada che il Signore ha preparato per ciascuno di noi. Occorre una fedeltà intelligente e appassionata ai segni che Dio ci indica, attraverso il nostro carattere e gli incontri della vita. A questo punto don Giussani sembra cercare una esemplificazione. Guarda i presenti, si ferma quando incrocia il mio sguardo e dice:

«Valter ‘deve’ essere Marta! Senza il suo temperamento e le sue capacità organizzative non saremmo venuti in Sardegna tutti questi anni… Valter, se smettesse di essere Marta, tradirebbe la sua vocazione!».

Mi sento spiazzato.

Lì per lì penso ad un atto di sensibilità nei miei confronti. Poi mi viene in mente il primo incontro con don Giussani, tanti anni prima, quando ero un ragazzo esuberante e ribelle, incattivito e stanco di essere allontanato o richiamato all’ordine dagli adulti.

Gli avevo raccontato che nel tempo libero realizzavo bombe artigianali e facevo saltare mucchi di mattoni raccolti con un amico nei cantieri, o che fingevamo di litigare ai giardini pubblici armati di scacciacani…

Quel prete, che mi conosceva da un quarto d’ora, mi aveva interrotto con la sua voce roca:

«Se il Padreterno ti ha fatto così avrà avuto i suoi motivi. Nessuno ti chiede di cambiare quello che sei, ma di cercare la verità di quello che sei. E nessuno può porre limiti al tuo temperamento, ma aiutarti a indirizzarlo al Bene”.

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