Il cuore de La Strada era da sempre in via Salomone, all’interno della parrocchia di San Galdino. Una palazzina a due piani delimitava il cortile, chiuso su un lato dalla chiesa. Ogni spazio utile veniva usato per le attività più disparate e, spesso, disperate. Solo una stanza era adibita a ufficio. Un salone al piano terra ospitava incontri di quartiere, riunioni degli Alcolisti Anonimi, assemblee contro la violenza negli stadi, ecc. Nello stesso salone, i responsabili de La Strada si ritrovavano periodicamente per incontri organizzativi.
Nessun diaframma fra assistenti e assistiti; una condivisione degli spazi che valeva più di mille discorsi sull’attenzione agli ultimi.

Quella mattina, i responsabili dell’associazione avevano organizzato il primo incontro con me, appena nominato direttore: «visto che il salone era libero», avevano precisato. Quindi, venivo dopo gli alcolisti e i tifosi, e comunque la scelta delle priorità non indicava un particolare desiderio di incontrarmi.
Cominciamo. Sedie disposte in cerchio e presentazioni. Intervengono brevemente tutti e sembrano per lo più titubanti. Eppure, potrebbero mostrarsi fieri di quanto hanno realizzato…
Cambio strategia. Chiedo che ognuno parli di sé e non solo del lavoro; io parlo della mia vita, soffermandomi su ciò che poteva colpire gente così. Racconto che a ventun anni ero stato in Brasile e che il beato Marcello Candia mi voleva con sé nella costruzione del lebbrosario; poi passo a descrivere la mia famiglia, con annessi figli naturali, un adottivo, diverse esperienze di affido.
«Beh, ma allora potresti essere dei nostri – mi interrompe, sinceramente stupito, uno dei più attenti – volevo dire… (pausa), ma non sei di Comunione e Liberazione?».
Faccio finta di non capire, ben sapendo che opinione diffusa dai giornali era che i ciellini pensavano solo al potere.
«Sì, sono un cristiano di CL. Don Giancarlo mi ha detto che siete cristiani anche voi, chi per tradizione familiare, chi cresciuto in Azione Cattolica, chi negli Scout. Lo so, sono l’unico qui dentro di CL e – aggiungo ridendo – mi appello al vostro rispetto delle minoranze…».
Il clima si è sciolto, ma un altro responsabile sbotta:
«Sarà! Ma, secondo me, tu con noi resisti un paio di mesi, al massimo».
«No – rispondo deciso –, diventeremo amici e faremo grandi cose assieme nei prossimi anni».
Il mio tono è perentorio, da direttore, e il mio interlocutore lo avverte:
«Allora, visto che ormai sei tu il capo, quando ci dici cosa dobbiamo fare?».
«Andate avanti come prima. Io vi verrò a trovare individualmente, anche più volte. Voglio approfondire quello che fate».
Poi, dopo una breve pausa e scandendo le parole:
«E, soprattutto, voglio capire perché lo fate. Poi ci rivedremo tutti insieme. Grazie».
Quel ‘grazie’, detto mentre mi alzavo, indicava che l’incontro era terminato. Si coglieva nell’aria curiosità e attenzione reciproca. Anche nello sguardo del responsabile che mi aveva pronosticato due mesi di vita come direttore e che poi ha lavorato con me per i successivi vent’anni.

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