Da Varigotti si torna carichi di entusiasmo, sempre nuovo e contagioso. Cresce il numero di compagni di scuola che si lasciano coinvolgere e il movimento si dilata.
La caritativa della domenica pomeriggio nella Bassa milanese raggiunge nuove cascine. Io coordino i ragazzi che vanno in quelle attorno all’Abbazia di Viboldone, a sud di Milano.
Dopo un momento di preghiera nella chiesa medievale, ci si divide in piccoli gruppi, ciascuno con la propria meta. Si cammina anche mezz’ora per raggiungere le cascine più lontane, su strade sterrate spesso poco praticabili per le pozzanghere. I bambini ci aspettano e si gioca con loro, si fanno i compiti e un po’ di catechismo. Si va per condividere una situazione di disagio, non per risolvere un problema sociale.
La sera arrivo a casa molto stanco e devo ancora studiare prima di chiudere la giornata:
«Prima o poi andrò da don Giussani – sbotta un giorno mio padre –; se vai avanti così, ne andrà di mezzo la tua salute!».
Soprattutto in inverno andare in Bassa è pesante: per il fango, il freddo, i giochi all’aperto, la nebbia e il buio che scende presto. Alcuni ragazzi vanno in crisi: occorrerebbe fare un giro delle cascine e fermarsi a sostenere quelli in difficoltà. Trovo in prestito una Lambretta e comincio a spostarmi in lungo e in largo.
Sono alle prime armi con la guida di una moto e le poche strade asfaltate tra i campi sono molto strette. Dopo qualche domenica senza problemi mi capita di non rallentare a sufficienza prima di affrontare una curva. In quel punto la strada corre tra alberi che la delimitano come paracarri naturali. Mi schianto contro il tronco di un pioppo e perdo i sensi.
Mi sveglio in un letto di ospedale e vedo i volti tesi di amici e di padre Emmanuel, un frate cappuccino che aiuta don Giussani nella conduzione del movimento. Ha già parlato con i medici:
«Sei svenuto per un colpo nello stomaco, ma non hai lesioni interne; hai un paio di infrazioni e dovrai tenere il gesso per un po’ di tempo… a entrambe le gambe».
«Grazie di cuore per il tuo interessamento», lo interrompo col tono di voce più naturale possibile.
Padre Emmanuel si illumina rassicurato dalla mia reazione e mi stringe le mani nelle sue:
“Vado a tranquillizzare il Gius”.
Mi riprendo in fretta e torno alla solita vita. Rivedo gli amici, che mi aggiornano sulla vita del movimento e su un incontro tra don Giussani e mio padre.
Me l’aspettavo.
Mi raccontano che mio padre era stato a lungo nello studio di don Giussani, e che da fuori – in corridoio – si sentivano i due discutere animatamente del mio cambiamento, degli impegni nel movimento, del recente incidente. Poi, dopo lo sfogo iniziale, mio padre aveva abbassato il tono della voce, mentre don Giussani – accalorato – gli raccontava le confidenze di una mamma:
“Mentre veniva alla luce mio figlio, avevo la netta percezione che se ne stesse già andando, che cominciasse a staccarsi da me per entrare nel mondo, verso il compimento di un destino che non avevo fissato io…”
I figli non sono nostri e se ne vanno comunque – proseguiva don Giussani – affascinati da un ideale oppure senza una meta…
Il tono di entrambi era calato e da fuori – in corridoio – si capiva appena che ora parlavano di ideali, di libertà e di scopo della vita. Dopo un’ora, fra lo stupore generale, erano usciti a braccetto e si erano poi salutati con calore.
Me l’aspettavo.

