1963. Per me è l’anno della maturità ma resta nei miei ricordi soprattutto per una memorabile Via Crucis nella Settimana Santa con Gioventù Studentesca a Varigotti. Ho ancora nella mente l’immagine del Gius che, alla fine, viene a ringraziare il gruppetto di noi “tecnici”: quelli che ad ogni stazione hanno montato e smontato gli altoparlanti, trasportandoli di corsa lungo i sentieri a mezza costa per tre ore.
Don Giussani si è reso conto che non abbiamo potuto seguire gran parte delle sue meditazioni ed ora gli preme di lasciarci almeno un messaggio. Uno solo, ma decisivo.
Cita un versetto di San Luca e poi lo commenta brevemente, riempiendoci il cuore:
“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.
Gesù dalla croce rivolge al Padre una preghiera per i suoi crocifissori. Il Signore parte dal loro ‘niente’ (non sanno nemmeno quello che fanno!) per chiedere che vengano perdonati e possano rimettersi in cammino”.
Quella sera faccio fatica a prendere sonno.
Dio è perdono senza limiti. Esiste un peccato più grande della crocifissione di suo Figlio? Ecco, il perdono di Dio abbraccia il peccato più grande.
Sono confuso. Penso a quanto io resista all’idea di perdonare chi mi ha ferito. Ma davvero il Signore pretende che io perdoni “settanta volte sette”?
Mi torna alla mente un episodio di una decina di anni prima, quando la mia famiglia si era appena trasferita a Milano. Ero poco più di un bambino e mio padre mi aveva accompagnato per la prima volta all’oratorio.
Siamo negli anni ‘50 e il paese è impegnato nella ricostruzione. I ragazzini, numerosi all’epoca, passano la mattina a scuola ed il pomeriggio all’oratorio.
Sono gli anni in cui se un ragazzo, sul tram, non cede il posto ad un anziano che è in piedi, viene rimproverato dagli altri passeggeri: “È questa l’educazione che ti hanno insegnato a scuola?”. E a seguire: “E magari vai anche in chiesa…”.
Insomma: genitori, maestri, preti, tutti sono coinvolti nell’avventura dell’educazione. Insieme ne dettano le basi, poi ognuno, crescendo, sceglierà la sua strada.
Il prete è in fondo al cortile, pieno di ragazzini di ogni età che giocano a calcio, pallavolo ed altro ancora, mentre uno, appena più grande, è intento ad imbiancare un tratto del muro di cinta. Il prete ci vede, e subito si muove verso di noi. Ci fa accomodare nel suo studio e comincia una lunga chiacchierata. Ad un certo punto, mio padre chiede come mai il ragazzo lì fuori stia verniciando un tratto di muro sporco anziché giocare come gli altri.
Il prete si fa serio: “Il muro l’ha sporcato lui ed ora sta solo rimediando… Capita che i ragazzi più grandi compiano atti di vandalismo: bisogna correggerli e chiedere che riparino al mal fatto. All’inizio ha chiesto scusa, poi – forse perché sono un prete – ha chiesto perdono…”. “E lei?”, insiste mio padre. Il prete sorride: “Gli ho detto che non era sufficiente, perché il Vangelo di San Luca dice: ‘Se tuo fratello ti ha fatto torto, rimproveralo; e se poi si pentirà, perdonalo’. Quindi, se vuole essere perdonato deve pentirsi: e pulire il muro è un segno di pentimento di fronte a me e a tutti i ragazzi.”
Questi ricordi mi tranquillizzano. Perdonare chi fa del male ma poi fa di tutto per rimediare sembra alla mia portata e, finalmente, mi addormento.
È passato tanto tempo dai miei anni in oratorio e poi da quelle parole del Gius alla Via Crucis. E la mia fatica nel perdonare è rimasta pressoché immutata.
Ancora una volta mi viene in soccorso una frase di don Giussani letta di recente:
“La parola ‘misericordia’ dovrebbe essere strappata dal vocabolario, perché la misericordia non esiste nel mondo degli uomini. Il perdono, con una certa proporzione tra sbagli e castighi, è ancora concepibile per la ragione. Ma quello che non è concepibile è il perdono senza limite. Umanamente appare quasi come un’ingiustizia. La misericordia è propria dell’Essere, del Mistero infinito”.
A queste parole mi torna alla mente il Crocefisso che perdona i suoi aguzzini e che fa leva sul loro niente: “Perdonali Padre, perché non sanno quello che fanno”.

