Gennaio 2024. Arrivo di buon mattino all’Ospedale Niguarda dove mi aspetta un trattamento di radioterapia.
Attraverso il primo cortile circondato da padiglioni grandi, squadrati, in parte ancora bianchi come al momento dell’inaugurazione, nel 1939.  Tre quarti del costo di queste imponenti strutture era stato sostenuto dalle offerte della gente comune: un popolo orgoglioso del Nuovo Ospedale di Milano che si aggiungeva all’Ospedale Maggiore Vecchio (l’attuale Policlinico), voluto dal duca Francesco Sforza e da facoltosi mecenati.
I tempi sono cambiati – penso a ruota libera calpestando la ghiaia di un vialetto – oggi il popolo si lamenta per il ticket da pagare ed i mecenati comprano i calciatori… Agli ospedali ci pensi lo Stato.

Sono arrivato. Ricompongo i pensieri e cerco di concentrarmi sull’appuntamento che mi attende. Seguo la striscia rossa sul pavimento che mi guida fino alla sala d’aspetto del reparto di radioterapia, nel sotterraneo. Quattro pazienti sono già in attesa, un paio – i più anziani – accompagnati dal coniuge: suppongo non si tratti del compagno o della compagna perché la gente di un tempo si sposava. Anche in questo campo i tempi sono cambiati.
Accenno un saluto e chiedo se sono tutti in lista prima di me. No, sarò io il primo, al rientro degli operatori dalla ‘pausa pranzo’. Gli altri
pazienti vengono da fuori Milano e si sono adeguati agli orari dei mezzi pubblici.
Non hanno voglia di parlare. Solo mogli e mariti si scambiano qualche parola. Poi, non so come, ogni paziente chiede al vicino a quanti trattamenti deve sottoporsi.
Sei, quattro, otto… Chi in giorni consecutivi, chi due volte alla settimana. E poi? Speriamo bene.
L’ansia si avverte negli sguardi e nel tono delle poche frasi. Solo un paziente sembra tranquillo, o forse è solo rassegnato di fronte alle dieci sedute prescritte.
Provo una punta di compassione per i presenti. Avranno un tumore – penso – e relative incertezze, paure e preoccupazioni… Anche dei loro cari.

Anch’io sono al Niguarda per un tumore, anzi per due, originati dall’epatite C che già nel 2008 mi aveva costretto ad un trapianto di fegato. (Che poi è la sostituzione del fegato con uno nuovo o, volendo sdrammatizzare, con un ‘usato sicuro’…)
Questa volta si tratta di tumori di due/cinque centimetri, situati poco sopra il cuore e difficilmente operabili. I medici hanno optato per un ciclo di venti trattamenti di radioterapia consecutivi. Sono nelle mani di Dio e dei medici del Niguarda. In entrambi i casi mi sento in buone mani. Certo, mi colpisce che tra i candidati alle radioterapie in sala d’aspetto io ne vanti il doppio del mio più ‘dotato’ contendente. Un primo posto di cui avrei fatto volentieri a meno.

Dal 2001 ho subito vari interventi, anche complessi, che conto di raccontare nella speranza che le mie storie a lieto fine accompagnino e diano forza a chi deve sottoporsi al bisturi o ad altre terapie. E poi scrivo per le pressioni di un caro amico e avvocato di Varese, Pippo Gibilisco, che da anni mi chiede di rendere pubbliche le mie guarigioni perché – ne è certo – le ha volute dall’Alto il mio maestro e amico don Luigi Giussani.
Comunque, nell’attesa di accertamenti, mi limito a definirmi un “tumorato di Dio” ad ogni nuovo soggiorno al Niguarda, l’ospedale che mi salva puntualmente la pelle: esempio di ‘buona sanità’, frutto della competenza e dell’umanità di tanti medici.
Ce la posso fare anche questa volta.

 

Condividi sul tuo social network!

Contattami, ne parleremo…

Clicca o trascina un file in quest'area per caricarlo.

Iscriviti alla newsletter

e ricevi tutti gli aggiornamenti!