Primi anni ‘90. Con una cooperativa sociale do vita ad una casa per malati terminali di AIDS: pazienti con un anno di vita, al massimo, inviati da un infettivologo o un’assistente sociale.
In quegli anni, non ci sono cure efficaci contro l’Aids.
Il virus si diffonde soprattutto tramite lo scambio di siringhe infette e col moltiplicarsi di rapporti sessuali con soggetti diversi, con aumento delle possibilità di contagio.
L’educazione a una vita affettiva più ordinata non sembra al passo coi tempi – se non una pratica da secoli bui – e si opta in massa per la prevenzione, che salva la libertà di fare ciò che si vuole: siringa sempre nuova per tutti e rapporti protetti. Ma spesso gli appelli cadono nel vuoto…
All’epoca, dicevo, chi contrae l’Aids ha la sorte segnata. Muore in ospedale o in clinica – a seconda delle sue possibilità economiche – ma muore comunque. E allora? Perché aprire una casa per malati terminali? Quali problemi può risolvere? Nessuno.
Ma chi muore così non è solo un caso da affrontare, è una persona con un disperato bisogno di condivisione della sua situazione.
Gli operatori curano, con l’aiuto di specialisti, le malattie legate al crollo delle difese immunitarie; assistono chi è ormai allettato e poi, inevitabilmente, ricorrono alle terapie del dolore.
Ma a un paziente che, per anni, ha avuto bisogno di droga per vivere, non gli basta altra droga per morire: oltre ai sedativi, occorre dargli amore, aiuto e compagnia nel presente.
La maggioranza degli ammalati riceve negli ultimi mesi di vita “quel casino d’affetto” che non ha mai avuto prima, come aveva detto un ospite poco prima di morire. Anche per questo, nessuno ha mai mostrato il desiderio di farla finita, ma gratitudine per lo scampolo inatteso di attenzioni.
Chi è accolto e curato chiede, anche con lo sguardo, che qualcuno gli stia vicino.
Le sue forze diminuiscono e col trascorrere dei mesi cresce un’amicizia profonda tra assistente e assistito. La fine che s’avvicina rende scarne le frasi, essenziali le richieste. Quando poi il malato muore, è inevitabile il dolore per il paziente-amico che è mancato.
Col groppo in gola, si riordina la stanza e si buttano via le medicine avanzate, ormai inutili sul comodino, mentre qualcuno si raccoglie in preghiera nella cappella della casa.

