Negli anni ‘50 in Sardegna si vive di pastorizia e di pesca, tra mille sacrifici che non bastano se la famiglia da mantenere è numerosa.

A La Maddalena, base della Marina Militare, c’è chi ricorre

alla pesca di frodo, con l’esplosivo recuperato disinnescando vecchi residuati bellici. Capita un colpo di mazza male assestato e la bomba esplode, come era successo ad un vicino di casa dei miei nonni – detto Squarciò -, portato invano all’Ospedale Militare e salito in Cielo ad abbracciare gli amici che – anni prima – aveva visto morire in guerra per lo scoppio, in fondo, delle stesse bombe.

Finiscono le vacanze dai nonni e torno a Milano, senza riuscire a liberarmi dall’immagine di Squarciò e della sua fine tragica. Anche fisicamente non mi sento bene, per via di dolori addominali sempre più frequenti.

“È una appendicite, e temo si tratti di una peritonite”, sentenzia il medico di famiglia, che aggiunge:

“Bisogna ricoverarti subito all’Ospedale Niguarda. Ci penserà il chirurgo”.

Pochi giorni dopo, mi risveglio tra flebo, drenaggi e sondini. Distinguo a fatica le sagome di un dottore e di mia madre: il primo mi chiede come sto e se ne va soddisfatto alle prime parole che farfuglio. Mia madre mi prende una mano fra le sue e mi dice di non sforzarmi, che l’intervento è stato più complicato del previsto ma che è andato bene.

I sedativi arginano il dolore ma mi fanno cadere in uno stato di dormiveglia che si protrae fino a sera.

Chi sono? Dove sono?

Lentamente, trascinando flebo e drenaggi, scendo dal letto. Mi avvicino alla finestra e guardo fuori. Barcollo, forse vaneggio… Vedo vialetti e qualche auto parcheggiata: cerco invano il mare e il gozzo di Squarciò.

Sono richiamato alla realtà da un’infermiera, venuta per portarmi due pastiglie:

“Perché ti sei alzato?”, mi rimprovera. Poi nota la mia espressione stralunata e mi chiede, gentile:

“Ti senti bene?”

Devo avere la febbre alta e mi sento confuso. Cerco di riordinare le idee e rispondo a mezza voce:

“Probabilmente hanno chiuso l’Ospedale Militare – che aveva ancora i segni dei bombardamenti – e sono finito al Niguarda… Qui sto bene, grazie”.

“Mi fa piacere”, risponde l’infermiera accompagnandomi a letto.

Il pensiero di Squarciò mi perseguita. Chissà, forse al Niguarda l’avrebbero salvato.

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