1960. Il comizio è terminato. Piazza del Duomo si svuota lasciando gli ultimi commenti ai capannelli di appassionati e militanti. Mio padre è tra questi e si lascia andare a giudizi positivi sull’oratore.

Un signore distinto lo sente e s’indigna:

“Occorrerebbe rivoltare il paese come un calzino ma non si può… finché esistono borghesi così, che  apprezzano i politici servi dei padroni”

Il capannello si aspetta la reazione di mio padre, che arriva immediata, con una punta di perfidia:

“Mi scusi, oggi non ho indosso la divisa ma le assicuro che sono un tranviere… non sapevo di appartenere alla borghesia…”

Il signore distinto, in cappotto di cammello e sciarpa di cachemire, è interdetto e mio padre, imperturbabile, prosegue:

“O forse lei vuol dire che io sono un proletario che ragiona da borghese mentre lei è un borghese che ragiona da proletario?”

Il signore distinto ha uno scatto d’ira:

“Io so cos’è lei col suo italiano corretto e le buone maniere… Lei è il classico fallito, che non è riuscito a finire gli studi e si è ridotto a fare il tranviere, ma è borghese ‘dentro’…”.

Il signore distinto è ormai un fiume in piena:

“Io sono un architetto ed ho uno studio affermato… ma sto coi proletari e sarò con loro quando ci sarà la rivoluzione!”

“Mi scusi… e quanto tempo durerebbe questa rivoluzione? Cinque giorni?”

“E perché?”, chiede stranito l’architetto.

“Beh, vede – risponde comprensivo mio padre – quelli come lei, il venerdì sera, partono per il weekend…”

Scoppia una risata che coinvolge tutto il capannello:

“Forse il signore vuole rifare le cinque giornate di Milano…”, rincara un altro dei presenti, e giù una nuova risata.

L’architetto, livido, alza il bavero del cappotto di cammello e se ne va imprecando. Contro il proletariato presente.

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