“Perito in energia nucleare”, recita il diploma che mi ha appena rilasciato l’Istituto Feltrinelli di Milano.
È il 1963. Dopo dodici anni consecutivi di “miracolo economico” lo sviluppo del Paese ha una battuta d’arresto e poi un’inversione di tendenza: è la crisi, chiamata troppo frettolosamente “congiuntura”, forse per evocare un che di accidentale, di passeggero.
Ma non è così. Fino all’anno prima chi otteneva il diploma presso lo stesso istituto era conteso dalle migliori aziende. Io, invece, non sono cercato da nessuno. Giro in bicicletta la città battendo a tappeto tutte le ditte possibili, ma non riesco neppure a superare l’ingresso: un commesso in divisa blu, appena capisce che cerco lavoro, mi fa cenno di ‘no’ con la mano.
Un mese di porte in faccia, per via della crisi e di quel diploma insolito: ma chi mai può aver bisogno di un perito in energia nucleare?
Cambio strategia. Se il commesso di turno me ne dà il tempo, dico d’un fiato:
“Sono diplomato in elettronica. Che lei sappia, posso essere utile a questa società?”. Del resto, di elettronica ne ho studiata tanta: abbastanza per sostenere un colloquio di lavoro e, comunque, non voglio e non posso arrendermi. In famiglia non navighiamo nell’oro.
Finché, un giorno, al posto del solito ‘no’, sento le parole che speravo:
“Salga quelle scale e chieda al commesso del piano di essere accompagnato dall’ing. Belli”.
Mi ritrovo seduto di fronte ad un dirigente che mi guarda perplesso:
“Ma quanti anni ha lei?”
“Diciotto… compiuti – preciso -, sono andato a scuola un anno prima”.
L’ingegnere spalanca un grande foglio sulla scrivania e lo fa ruotare verso di me. Riconosco lo schema elettrico di un amplificatore ed espongo ciò che ho studiato cercando di apparire sicuro. Un’ora di domande e risposte interrotte dall’ing. Belli, soddisfatto:
“Basta così. Lunedì si presenti all’ufficio del personale per l’assunzione, ovviamente col certificato di diploma in elettronica”.
Ho un attimo di esitazione, poi spiego che il mio diploma è – per l’esattezza – in energia nucleare, minimizzando le differenze tra i due diplomi: il mio è un titolo di studio ‘sperimentale’, con una vasta preparazione in elettronica, come credo di aver dimostrato… L’ingegner Belli mi lascia parlare, poi scuote la testa:
“Peccato…, noi siamo un gruppo di società che fa capo alla Edison, azienda troppo grande per essere flessibile: non posso assumerla”.
Non c’è, nelle sue parole, ombra di rimprovero per il sotterfugio ingenuo che avevo messo in campo:
“Senta, le dicevo che siamo diverse società. Una di queste – la Selni Edison – ha in corso la costruzione della centrale di Trino Vercellese, per la produzione di energia elettrica da energia atomica. Ancora un paio d’anni di cantiere, tra muratori, elettricisti e saldatori. Ma ci sarà anche da montare gli elementi d’uranio, seguire le prime reazioni a catena, mettere a punto le procedure di sicurezza: un lavoro anche duro, ma interessante e adatto al suo titolo di studio. Se vuole, può telefonare al direttore a nome mio”.
Scarabocchia un numero su un foglietto e mi congeda con un sorriso di incoraggiamento.
Dopo una settimana, vengo assunto a Trino Vercellese, piccolo centro immerso nella nebbia, tra le risaie. La centrale è un edificio enorme di cemento grigio, a tre chilometri dal paese. L’inverno si rivela freddo come nessuno del posto riesce a ricordare, ed io passo buona parte della giornata all’aperto, con casco antinfortunio ed eskimo, su e giù per scale metalliche e ponteggi. Controllo chilometri di tubature e valvole che porteranno acqua e vapore dal reattore alle turbine. Poi è la volta degli impianti elettrici e di rilevamento delle radiazioni. Finalmente iniziano i test di funzionamento e mi assegnano il compito di stendere le relazioni delle prove, con analisi e grafici annessi. Ho una scrivania tutta per me e comunque l’inverno è finito. Dimentico in fretta il freddo patito e le mani intirizzite.
La centrale viene inaugurata più di due anni dopo, alla presenza del Ministro dell’Industria Medici e dell’Amministratore Delegato della Edison Valerio, che si dice fiero dell’opera, realizzata a tempi di record con soli tre incidenti mortali (!) sul lavoro, contro un minimo di sei registrati in cantieri analoghi. Le maestranze presenti ascoltano in silenzio. A qualcuno scende una lacrima al pensiero degli amici persi.

