Il giorno successivo, prendo possesso di una scrivania e di una sedia nell’unico ufficio disponibile, usato anche da uno dei fondatori de La Strada. È un tipo intelligente, di forte tradizione oratoriana e preziosa memoria storica dei dieci anni trascorsi.
Comincio da lui, con lunghe chiacchierate che si interrompono per qualche suo impegno urgente. Allora vado a trovare un altro responsabile, visito la sua struttura e scambio due chiacchiere con gli ospiti. Mi fermo un altro paio d’ore e mi faccio spiegare il suo lavoro e la sua storia: come ha cominciato, cosa l’ha spinto, come fa a tener duro.
E così incontro e parlo con tutti, fino all’ultimo operatore, partendo da ciò che sono, dicono, fanno. Leggo i documenti di Azione Cattolica e della Caritas, raccolti dalla responsabile del centro di aggregazione giovanile. Leggo spesso «Il Manifesto», che vedo fra le mani di qualche operatore. Studio gli scritti specializzati dei vari settori. Poi rifaccio il giro e parlo nuovamente con tutti: con altre domande e osservazioni. Tutti discutono volentieri: si sentono considerati per quello che fanno, e si sentono liberi di parlare di sé, delle loro idee, dei loro dubbi: insomma, della loro vita.
Sono passati circa due mesi dal mio arrivo come nuovo direttore, e sono ancora al mio posto. Anzi, mi sento accettato:
«Vedi – mi dice durante una chiacchierata un operatore storico –, parli da ciellino e sei convinto delle tue idee più di noi delle nostre. Però si capisce che cerchi di entrare nella nostra testa…».
«Molto di più – ribatto – cerco di entrare nel vostro cuore».
Il socio della prim’ora trasale e va via, imbarazzato.
È ormai giunto il momento di rivederci tutti insieme come avevo promesso. Convoco tutti quelli che lavorano a tempo pieno per un sabato mattina, nel solito salone. Sono una trentina. Mancano solo quelli impegnati in un turno di lavoro che non può restare scoperto. Mentre si siedono su sedie scompagnate dalle origini più diverse, quella che si respira è un’atmosfera mista di curiosità e domanda.
Guardo uno a uno le persone che ho di fronte, poi comincio a parlare a braccio, senza mai abbassare lo sguardo sul foglietto che ho tra le mani. Ho pensato tanto a questo incontro e non ho bisogno degli appunti. Piuttosto voglio scrutare le reazioni dei presenti per valutare sul momento se insistere, sorvolare o sollecitare domande.
«In queste settimane vi ho osservato, ho parlato con voi di tutto, ho cercato di immedesimarmi nel vostro lavoro. Sono giunto alla conclusione che siete veramente in gamba. E anche un po’ incoscienti. In gamba, per la passione umana e la professionalità che avete con ragazzi e adulti da accogliere e recuperare. Incoscienti, perché lavorate senza la minima garanzia per il futuro vostro e delle vostre opere: gli immobili dove si svolgono le attività non sono vostri e non c’è traccia di contratti e, quindi, di possibili scadenze; i vostri stipendi sono davvero bassi, per quei pochi tra voi che hanno un contratto in regola. Fate sacrifici immani, con tossicodipendenti e fuori di testa, per citare due esempi: e se domani si trovassero cure farmacologiche, o nuove leggi richiedessero competenze mediche che non avete, o un proprietario volesse tornare in possesso del suo immobile? Dovreste chiudere questo o quel centro e mandare a casa gli operatori».
Ero il direttore, ma pur sempre l’ultimo arrivato. Eppure avvertivo che stavo cogliendo nel segno, e che parlavo a gente dal cuore grande, aperta.
«Qualcuno mi ha detto di sentire i primi segni di stanchezza. Molti di voi hanno i figli piccoli. Provate a immaginare un giorno qualsiasi, quando saranno cresciuti: uno di loro vuole il motorino che forse non vi potete permettere, e un altro, tradendo i vostri stessi ideali, magari si fuma uno spinello… Con tutta probabilità, quel giorno entrerete in crisi. E non esistono case d’accoglienza per operatori in crisi».
Uno dei presenti, questa volta, mi interrompe:
«Ma noi siamo fatti così, dall’origine. E poi tu cosa proponi?».
Una domanda a metà strada fra la richiesta d’aiuto e la sfida. C’era un gran silenzio nel salone, come se quella domanda l’avesse fatta ciascuno dei presenti e ciascuno aspettasse una risposta per sé.
Avevo messo in conto questa reazione.
«Prima di rispondere alla domanda “cosa proponi?”, mi preme commentare l’affermazione che la precede: “noi siamo fatti così, dall’origine”.
Beh, non credo proprio. Ho letto diversi vostri scritti risalenti ai tempi della fondazione e anche da questi mi son reso conto che, in origine, avevate più chiara l’Origine. E non è un gioco di parole. Il senso dell’origine ci aiuta a vivere, in attesa del destino che Dio ha preparato per i suoi figli, non conta se assistenti o assistiti.
Un prete salesiano di Arese, che accoglie i ragazzi abbandonati, ha scritto un libro dal titolo che, in fondo, rimanda allo stesso concetto: “Anche i figli di puttana sono figli di Dio”.
Da troppo tempo siete concentrati sul cosa fare e come farlo: non avete più tempo per chiedervi il perché e lo scopo ultimo. Occorre ritrovare le ragioni e recuperare il lessico della carità, senza limitarsi a quello delle assistenti sociali».
Tiro il fiato, perché ne ho bisogno; e un sospiro di sollievo perché non vedo espressioni contrariate.
«Ma ora è tempo di concludere e rispondere alla vostra domanda su cosa intendo fare.
Ecco, gli ultimi – per usare un termine abusato – li lascio a voi, che avete mostrato di curarli con umanità e competenza. Io mi occuperò di voi che, secondo me, siete i veri ultimi, dal futuro incerto e ultimamente soli, ciascuno con la propria fede. Metteremo mano a bilanci e contratti di ogni tipo e ogni mese ci rivedremo tutti insieme, per mettere in comune il discorso sull’Origine di tutto».
Chiudo con un “Arrivederci”, più caldo del formale “Grazie” del primo incontro. Mi sembrano disorientati ma sollevati. Non è successo niente, ma, per gli operatori, sta per ricominciare tutto.

