Nella penombra serale, la piccola chiesa di San Galdino e gli edifici annessi si scorgevano appena e sembravano soccombere di fronte ai grandi caseggiati bianchi sull’altro lato della strada: 476 appartamenti popolari in via Salomone, prima tappa del viaggio pastorale a Milano di papa Francesco, tanti anni dopo.
Don Giancarlo, dalla verde Brianza, era stato trasferito come coadiutore in questa parrocchia della periferia milanese, schiacciata tra l’inceneritore e un campo nomadi.
Anche l’interno della chiesa era avvolto nella penombra, con le poche candele e qualche lampada messe lì a contrastare il buio della notte che si avvicinava. Ma non era il buio a toccare don Giancarlo, quanto le parole della Messa serale, appena celebrata dal parroco. Si sentiva sollevato all’idea di non aver dovuto commentare nell’omelia le parole del Vangelo, e gli sembrava di sentirle rimbalzare sulle mura spoglie della chiesa, mentre era immerso nelle sue preghiere senza trovare pace: «Se farete questo al più piccolo dei miei fratelli, lo avrete fatto a me».
Terminò la recita dei vespri chiedendo perdono per le sue continue distrazioni, ma anche la formula di contrizione rimase incompleta perché nel frattempo si era già alzato e si era diretto verso l’uscita, con il solito passo spedito e la testa rivolta all’organizzazione della giornata seguente.
Chi sono questi fratelli più piccoli e cosa fare per loro? Come mettere a frutto la sua naturale capacità di creare, proporre e organizzare, coinvolgendo e trascinando con sé quanti incontrava? Aveva avviato l’oratorio, il doposcuola, tornei e giochi per i ragazzi del quartiere, quasi sempre strappandoli dalla strada: bastava?
E tutto si aspettava don Giancarlo, convinto che a ogni domanda a Dio segue sempre una risposta, ma non che questa lo stesse già aspettando fuori dalla chiesa.
C’era, sdraiato per terra, un tossicodipendente, uno di quegli sbandati che da quelle parti ancora oggi non mancano, un ragazzo che si era devastato fisico e vita con l’eroina, uno di quelli che tutti cercano di evitare.
Don Giancarlo, ancora concentrato sui suoi pensieri, quasi inciampa su questo fagotto che non ha neanche la forza di chiedere aiuto, e che è venuto a passare la notte in un angolo riparato del sagrato. Il prete di periferia lancia un sorriso grato verso il Cielo, dopo di che aiuta il giovane ad alzarsi e lo porta a casa sua.
Attorno a don Giancarlo si raccolgono alcuni volontari e pochi obiettori di coscienza mandati dalla Caritas: ragazzi motivati che, all’epoca, sceglievano il servizio civile come alternativa all’anno di leva militare. Ogni spazio parrocchiale viene progressivamente occupato per accogliere emarginati e per attività di recupero per ragazzi espulsi dalle scuole.
Arrivano i primi benefattori, qualche imprenditore regala mobili d’ufficio e computer in buono stato e macchine per lavorare la pelle. Nascono corsi di avviamento al lavoro. Da un incontro con un’associazione di industriali prende il via un corso per serramentisti.
Il volontariato entusiasta e caotico non basta più, bisogna tentare di strutturarsi. Nel 1981 nasce l’associazione La Strada: si provvede al primo bilancio e a qualche assunzione. Non è ancora raggiunto un obiettivo che già si imposta una nuova attività, perché il bisogno che incontri ne trascina altri: il drogato che curi ha un fratello che rischia di fare la stessa fine, una ragazza incinta non vuole abortire ma non ha più rapporti coi familiari, chi è stato recuperato deve trovare un lavoro per non ricadere nel giro dello spaccio…
Ormai i volontari della prim’ora hanno dato vita a centri di aggregazione giovanile, corsi di formazione e recupero, una comunità per tossicodipendenti, appartamenti per ragazzi guariti ma non ancora autonomi, un capannone per montaggi elettrici, e altro ancora.
Alcuni obiettori di coscienza si sono fermati finita la leva e sono ora a capo di realtà operative distinte. Molti costi sono coperti da contributi pubblici, sempre inadeguati. Spesso si deve ricorrere all’aiuto dei benefattori. E, comunque, ci si affida alla Provvidenza…

