Luglio ‘63. I giornali parlano di Gioventù Studentesca come dei “ragazzi di don Giussani”, con toni generalmente critici, ma devono prendere atto che il movimento è ormai diffuso in tutta Italia ed alcuni tra noi sono andati, da laici, in missione in Brasile: a Rio de Janeiro, Belo Horizonte, Macapá.
L’imprenditore e filantropo Marcello Candia cerca volontari per dirigere i lavori dell’ospedale che intende realizzare proprio a Macapá: ha venduto i suoi beni in Italia per impiegare il ricavato nella cura dei più poveri.
Mi sono appena diplomato e mi affascina l’ipotesi di passare dalla cura domenicale dei bambini della Bassa alla realizzazione di un ospedale all’equatore…

Affronto il discorso di un periodo di tre anni in Brasile con mio padre:
«Ci penso da tempo, ma ora si è presentata un’occasione concreta per…».
«Per Macapá?» mi interrompe mentre gli trema la voce. Resto ammutolito per la sorpresa. Poi la mente corre a quella domenica mattina in cui mio padre era venuto a un incontro di Scuola GS: rivedo la sua figura in piedi, sul fondo, mentre segue attento don Giussani e monsignor Pirovano: il vescovo di Macapá, appunto…
Mio padre prosegue:
«È quasi due anni che aspetto questo momento: dal giorno in cui ho sentito l’intervento di quel vescovo. Non ho dimenticato i suoi argomenti: la foresta, le malattie, il clima dei tropici… Finché sarai minorenne non ti darò il mio permesso».
Ascolto in silenzio. I miei genitori hanno speso la loro vita per i figli e per il prossimo. Il mio desiderio di andare in Brasile pesca anche nel loro esempio.
D’altro canto, ho solo diciott’anni e la maggiore età, all’epoca, si raggiunge a ventuno.
«Aspetterò», non mi resta che rispondere.

È il 1966. Ho appena compiuto ventun anni quando mi viene proposto di trascorrere il mese di agosto in Brasile, con un gruppo di responsabili del movimento. Lavoro da più di due anni e investo volentieri i miei risparmi, di fronte alla prospettiva di verificare sul posto l’ipotesi di un periodo di missione a Macapá, accantonata tre anni prima.
In Brasile siamo accolti dai nostri amici convenuti per l’occasione a Rio de Janeiro. Fra noi ci sono Angelo Scola e Luigi Negri, al tempo non ancora preti  (e un giorno arcivescovi): fanno fatica a tener testa ai nostri amici del Brasile, conquistati dalla teologia della liberazione. Cristo è affermato ancora da tutti, ma qui non è il direttore d’orchestra, non detta il ritmo e la misura di un’unica vita in Cristo: centro e motore di tutto sono i poveri, i problemi sociali, l’ingiustizia.
Io sono il più giovane di tutti, non ho fatto studi classici né esperienze di missione. Mi dico certo – con le parole di Chesterton,  caro al Gius – che i bisogni così affrontati siano verità fuori posto: verità impazzite che diventano menzogne.
“È Cristo il primo bisogno, per noi e per i poveri delle favelas. Sono certo  – concludo dopo un’animata discussione – che don Giussani, al mio posto, direbbe le stesse cose. Di certo le direbbe meglio, ma sarebbero le stesse: quelle per cui, a suo tempo, siete partiti per il Brasile».
Non è il mio posto. Il giorno dopo lascio tutti e parto anticipatamente per Macapá.
L’aria è ferma, mossa appena dall’amaca in cui mi rigiro. Il caldo, umido e soffocante, è interrotto da brevi acquazzoni da cui nessuno si ripara: i pochi vestiti si asciugano addosso.
Le favelas sono fatte di palafitte e passerelle sulla riva del fiume. L’acqua scorre limacciosa e porta via rifiuti di ogni tipo, mentre bambini con la pancia gonfia per i parassiti intestinali si tuffano per gioco. Molti hanno malattie ormai scomparse dalle nostre parti.

Marcello Candia vive per Dio. Lo percepisco accompagnandolo per tre settimane mentre passa da un impegno all’altro, tra problemi grandi e piccoli.
Pensa alle forniture dei materiali, dirige i lavori, forma le maestranze.
Qualche operaio ruba un po’ di cemento e mattoni per aggiustare la sua catapecchia, qualcuno non viene al lavoro per la sbornia del giorno prima, un terzo verrà domani, forse…
Ripenso agli amici di Rio e ai loro accorati appelli a cambiare la società, a qualunque costo.
Candia la cambia, senza proclami o rivoluzioni. Nell’arco di vent’anni – nonostante le difficoltà – edificherà l’ospedale di Macapà, il lebbrosario di Marituba, una dozzina di strutture di accoglienza e una scuola per la formazione di infermieri.
Nel contempo, realizzerà un piccolo monastero per suore Carmelitane. Le sue opere sono ancora oggi pezzi incontrabili di società cambiata.
Il giorno 8 luglio 2014 Papa Francesco ha autorizzato l’emissione del decreto che dichiara “Venerabile” il Servo di Dio Marcello Candia, riconoscendo così ufficialmente “l’eroicità delle sue virtù”.

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