Una volta al mese, dopo la messa, don Giussani tiene un incontro – denominato Scuola GS – per tutto il movimento nel vicino salone della curia milanese di via Sant’Antonio.
Dicembre ‘62. Sono riuscito a guadagnare un posto in prima fila. I ragazzi occupano ormai tutta la sala e gli ultimi arrivati devono accovacciarsi qua e là sul pavimento, con il quaderno degli appunti sulle gambe incrociate.
Don Giussani aggrega tutti quei giovani coniugando la libertà con la sequela, la fede con la ragione, l’individuo con la comunità, e tutti pendono dalle sue labbra. Non impone divieti – modalità educativa prevalente nelle parrocchie dell’epoca – ma afferma l’urgenza di un impegno con sé stessi e nella società, a partire dall’annuncio del ‘fatto’ Cristiano nella scuola che frequentano. Ad ogni incontro c’è sempre qualche ragazzo nuovo, invitato da un compagno di classe già catturato da quello ‘strano’ cristianesimo che c’entra con tutto, capace di dare nuova vita al passato ed al presente.
Nell’incontro di oggi don Giussani esordisce citando i Cori da «La Rocca» di T.S. Eliot:
In luoghi abbandonati
Noi costruiremo con mattoni nuovi […]
C’è un lavoro comune
Una Chiesa per tutti
E un impiego per ciascuno
Ognuno al suo lavoro.
Io sono inchiodato al mio posto e non perdo una sillaba. Don Giussani è un fiume in piena. Fa una pausa dopo l’ultimo verso e guarda fisso la platea. C’è un silenzio irreale… rotto dal rumore della porta sul fondo, che si apre.
Alcuni si girano per curiosità, altri – con fastidio – per vedere chi è il ritardatario. Mi giro anch’io e vedo mio padre, che si ferma per non distrarci e resta in piedi, sul fondo.
Nei giorni precedenti mi ha rivolto molte domande sul movimento e ora è lì per conoscere quel prete che affascina tanto suo figlio. Avverte – come molti altri genitori – che don Giussani pone i giovani di fronte ad una scelta radicale, totalizzante, in grado di cambiare la vita.
Don Giussani, nel frattempo, ha ripreso il discorso con la solita passione.
È certo che Eliot, con le parole «Ognuno al suo lavoro», si rivolga a tutti e a ciascuno, ci sproni ad affrontare la vita con impegno totale, a partire dalla fede. Una vita in missione: in classe, al lavoro, fino ai confini del mondo, come il missionario che è seduto al suo fianco e al quale ad un certo punto cede la parola. È monsignor Pirovano, vescovo di Macapà, città del Brasile alla foce del Rio delle Amazzoni. Vive tra migliaia di favelados che abitano in palafitte sulla riva, fra povertà morali e materiali di ogni genere. Lo aiutano alcuni religiosi e volontari laici, impegnati nell’educazione religiosa come in quella sanitaria. È diffusa la malaria e sono presenti casi di lebbra, che verranno curati in un ospedale di imminente costruzione su iniziativa di Marcello Candia (già imprenditore e filantropo, oggi Venerabile per la Chiesa).
È una testimonianza breve ma intensa, che si conclude con un applauso di noi ragazzi presenti, ora in piedi, commossi. Mi giro e cerco con lo sguardo mio padre ma faccio solo in tempo a scorgerlo mentre esce.

