Ho diciassette anni. Nel primo pomeriggio di un sabato del 1962 arrivo nella sede di Gioventù Studentesca (poi Comunione e Liberazione) in via Statuto 2, a Milano. Diverse porte si affacciano su un corridoio e qualche sedia è appoggiata alle pareti vicino allo studio di don Luigi Giussani: il Gius.
Ragazzi della mia età aspettano il loro turno, e una volontaria della segreteria mi squadra perplessa:
«Senza appuntamento non puoi essere ricevuto. Se vuoi, te ne fisso uno e torni la prossima volta”.
Ed io: «Posso aspettare? Magari qualcuno non viene e prendo il suo posto». «Vengono tutti. Sempre». «Fa niente, io aspetto».
La porta dello studio si apre, si affaccia un prete sulla quarantina che mi guarda accigliato:
«Non ti ho mai visto, sei nuovo?».
Poi senza aspettare la risposta:
«Ce l’hai l’appuntamento?».
«No».
«Allora prendilo e torna, non ricevo senza appuntamento».
Non mi perdo d’animo:
«Io aspetto, se qualcuno non viene…».
«Come vuoi, comunque vengono sempre tutti».
I ragazzi intorno a me cambiano continuamente. Mi guardano quando arrivano temendo di aver sbagliato orario, mi guardano quando se ne vanno chiedendosi come mai resto lì. Ed è un via vai continuo.
Sono le 7 passate quando la porta si apre per l’ultima volta; ormai ad attendere il Gius ci sono solo io.
Con fare brusco mi rivolge la parola:
«Sei ancora qui tu? Dai entra, solo cinque minuti però».
Ci sediamo e con la sua voce roca va subito al punto:
«Qual è il problema?».
«Ah, io non ho nessun problema, sono gli altri che hanno un problema con me [sussulta ma non mi interrompe], il prete mi butta fuori dall’oratorio, il portinaio mi caccia dal cortile del caseggiato, nei campetti di calcio c’è sempre qualcuno che non mi vuole in squadra, mia mamma mi affida a santa Rita perché non faccia una brutta fine…».
«E a scuola?».
«Il profitto è buono, ma la condotta no».
«Scusa, cosa fai di male?».
«Durante la settimana studio molto e mi piace. Se però capita una lezione che non mi interessa trovo il modo di saltarla, piuttosto studio da solo. Il sabato pomeriggio giro con un amico… realizziamo bombe artigianali e facciamo saltare mucchi di mattoni raccolti nei cantieri, andiamo con una scacciacani ai giardinetti e facciamo finta di litigare…».
Mentre parlo don Giussani non reagisce, anzi, in un mondo in cui tutti mi mettono all’angolo lui sembra non trovare nulla da ridire, dettagli da chiedere o rimproveri da muovere. Quando termino il mio elenco…
«E quindi dov’è il problema?».
Resto sinceramente spiazzato e ripeto:
«Non lo so, per tutti sono io il problema».
«Se il Padreterno ti ha fatto così, avrà avuto i suoi motivi. Nessuno ti chiede di cambiare quello che sei, ma di cercare la verità di quello che sei.
È che la tua energia e la tua creatività, anziché usarle così, dovresti usarle per qualcosa di buono».
«Per esempio?».
«Abbiamo promosso un’attività caritativa nella Bassa milanese. Si tratta di andare la domenica pomeriggio a far giocare i bambini poveri, e lì c’è da organizzare il catechismo, il doposcuola, il carnevale… Bisogna raggiungere anche cascinali isolati… e nello stesso tempo occorre sostenere quelli del movimento che fanno fatica coi ragazzini difficili: uno come te andrebbe bene».
Fine del colloquio. Un minuto dopo il Gius scendeva le scale e mi dava le ultime indicazioni, rassicuranti. Mi sentivo stranamente – e per una volta – considerato fino in fondo.

